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Al direttore

«Lavoriamo per tener aperti tutti i cancelli della Mahle»

Egregio direttore,

per i lavoratori Mahle di Saluzzo e La Loggia siamo vicini a una svolta. Ci sarà presto un incontro al Ministero dello Sviluppo economico, probabilmente il 22 luglio, per la presentazione del piano industriale di un nuovo investitore che ha espresso la volontà di rilevare i due stabilimenti per rilanciare la produzione di componentistica automotive. In questi giorni l’azienda sta informando le rappresentanze sindacali dei contatti avuti e definendo il passaggio ai nuovi soggetti. È una buona notizia per Saluzzo e La Loggia, e per i 450 lavoratori e le loro famiglie. Sembrava una situazione davvero difficile, quando a febbraio fu stabilito un anno di cassa integrazione, ma non abbiamo mai smesso di credere che quelle fabbriche avessero ancora delle possibilità. Adesso teniamo alta la guardia sui livelli occupazionali e non facciamo mancare il sostegno di tutti a questa battaglia. Lo avevo detto sul territorio come a Roma: la Mahle non può e non deve chiudere. Lavoriamo perchè quei cancelli possano riaprirsi il prima possibile.

Chiara Gribaudo - deputata Pd

«L’eccidio dei Romanov dimenticato dalla Storia»

Egregio direttore,

a proposito di stragi dimenticate, vorrei ricordare che nella notte tra il 16 e il 17 luglio 1918 venne perpetrato l’eccidio dell’intera famiglia dei Romanov ad opera dei bolscevichi. Vennero trucidati presso Ekaterinburg negli urali lo Zar Nicola II, la moglie Alessandra e i loro cinque figli di età compresa tra i 20 e i 10 anni; Ol’ga, Tat’jana, Marija , Anastasija e Aleksej il più piccolo e unico maschio malato di emofilia. Riposino in pace.

Antonio Giaccardi - Savigliano

«Senza collegamenti stradali la ripresa non partirà mai»

Riceviamo e pubblichiamo

Code infinite, cantieri perenni, viabilità a singhiozzo e rallentamenti: è la fotografia della situazione che stanno vivendo gli autotrasportatori del Piemonte che imboccano l’autostrada per consegnare le merci in Liguria. Molte imprese del trasporto del Piemonte devono percorrere le autostrade A6, A10 e A26 tra rallentamenti e strettoie subendo, per questa situazione di disagio, forti contraccolpi economici. Un sistema logistico traballante, che è sempre lo stesso da molti decenni e che rischia di penalizzare le imprese dell’autotrasporto del Piemonte che devono transitare in Liguria per lavoro. Le 6.403 imprese artigiane del trasporto del Piemonte insieme agli oltre 15mila addetti rischiano di essere drasticamente penalizzate da una situazione logistica precaria con l’aumento dei costi del 20% rispetto ad una situazione di viabilità lineare. Senza collegamenti logistici funzionanti non è pensabile parlare di sviluppo o di ripresa economica. Voglio ricordare che la categoria, attraverso la prosecuzione dei servizi di trasporto essenziali come alimentari e farmaceutici, ci ha permesso di evitare il lockdown, ma ora rischia di essere penalizzata dai rallentamenti sull’autostrada e da una logistica non lineare. Si parla sempre di rendere prioritaria nell’agenda politica le infrastrutture che sono ormai fatiscenti, ma siamo sempre al punto di partenza. Se andiamo avanti in questo modo, rischiamo di essere nuovamente penalizzati anche nella fase della ripartenza. Il costo dei pedaggi autostradali, rappresenta un’importante voce dei costi di gestione di una impresa di autotrasporto, dopo il personale e il carburante. Ma se i rallentamenti sono significativi e gli interventi sulla messa in sicurezza infiniti, inevitabilmente fanno lievitare i costi delle imprese dell’autotrasporto, penalizzandole economicamente. Se ad esempio un autotrasportatore deve fare 5 consegne in una giornata, con gli ingorghi sull’autostrada riuscirà a farne solo 3, e il personale deve essere comunque pagato anche per le consegne che non riesce a fare. I concessionari autostradali dovrebbero aiutarci a superare questo momento di emergenza. Potrebbero, ad esempio, annullare il pagamento dei pedaggi fino a quando l’autostrada tornerà ad avere una logistica accettabile. Siamo di fronte a una situazione di viabilità molto problematica ma che va risolta al più presto. Bisogna fare in fretta e fare bene, altrimenti si andrà sempre incontro a situazioni di emergenza che, ormai, stanno diventando di routine.

Aldo Caranta - presidente autotrasportatori Confartigianato Piemonte

«Regolarizzazione stranieri, provvedimento insufficiente»

Riceviamo e pubblichiamo

A scatola chiusa, nel blocco immenso del decreto rilancio, il Senato ha approvato l’articolo 103 che interviene sulla regolarizzazione dei lavoratori migranti. Un provvedimento totalmente insufficiente, che esclude gran parte di chi ne avrebbe diritto, pone vincoli inutili, affida tutto alla discrezionalità di questure e padroni ma soprattutto serve unicamente a mantenere inalterati rapporti di sfruttamento. Nel tempo che resta per regolarizzarsi assisteremo a truffe ai danni di lavoratrici e lavoratori, con contratti capestro, di cui il legislatore sarà complice. E in contemporanea, altra faccia della medaglia, il parlamento ha ratificato il rifinanziamento dell’accordo con la Libia in cambio di vaghe promesse sui diritti umani. In nome di interessi elettorali si continua a dare soldi a chi non rispetta il diritto del mare, in cui si continua a morire e si continua a sostenere chi tortura, ricatta e uccide impunito. La terza promessa del governo, quella della “riforma” dei decreti Salvini, già annacquata, vedrà forse la luce solo dopo le elezioni regionali. Dove è la discontinuità in materia col Conte 1? Solo nei toni e in una ipocrisia di fondo per cui nulla di fatto è cambiato per chi scappa, per chi lavora, per chi chiede diritti. Ennesima dimostrazione di come questo governo non potrà mai rappresentarci, ennesima prova di come riprendere le mobilitazioni contro provvedimenti inaccettabili costruendo spazi plurali di conflitto sociale sia la sola strada da perseguire. Si colpiscono i migranti con la stessa violenza con cui, in piena crisi, si pensa alle imprese e non alle tante persone senza reddito destinate ad aumentare.

Rifondazione Comunista - Federazione di Cune

«Il drammatico bollettino dei contagi in carcere»

Riceviamo e pubblichiamo

Sono stati 287 i detenuti riscontrati positivi al Covid-19 nelle 190 carceri italiane, con la speranza che il contatore si sia fermato qui, con il conteggio preciso, quotidianamente monitorato dall’Ufficio del Garante nazionale. Di questi, più di un terzo, ben 107, sono stati riscontrati nelle 13 carceri del Piemonte: 78 a Torino, 25 a Saluzzo e 4 nella Casa Circondariale di Alessandria don Soria. La giornata in cui si è registrato il picco di persone ristrette in carcere positive al virus ha fissato la propria triste bandierina a quota 161 detenuti contagiati: in Piemonte si è superata quota 60. Il Provveditore della Lombardia in un recente convegno pubblico, organizzato dal Comitato “Bianca Guidetti Serra”, ha parlato per la sua regione di competenza di 80 detenuti positivi e 140 fra agenti e funzionari. Nello stesso periodo anche gli operatori penitenziari si sono contagiati, ovviamente, ma risulta più difficile per le autorità di garanzia avere un numero preciso. A livello nazionale il personale di polizia penitenziaria, collaboratori amministrativi, educatori dell’Amministrazione risultano essere stati positivi ben oltre i 200. La giornata in cui si è registrato il picco degli operatori penitenziari positivi in carcere ha, infatti, fissato l’asticella al livello di 204 persone contagiate. Ovviamente nonostante la chiusura di ogni attività esterna, in carcere sono entrati, oltre agli operatori penitenziari, anche tutte le persone del comparto sanitario regionale: dal 2008 le regioni hanno, infatti, l’esclusiva e diretta competenza sulla sanità in ambito penitenziario. Nell’ambito della Comunità penitenziaria italiana si sono registrate, purtroppo, anche delle morti, sia fra i detenuti (2, escludendo i 13 decessi successivi alle rivolte del 7-8-9 marzo), che gli agenti e gli altri operatori, anche sanitari. Il 19 marzo si registra la prima vittima del coronavirus nella Polizia penitenziaria. È morto l’assistente capo coordinatore Gianclaudio Nova all’età di 51 anni. Non prestava servizio da dicembre. Mentre il 26 marzo un sindacato di Polizia Penitenziaria annunciava, con commozione e dispiacere, la morte di un collega che “ha contratto il virus in servizio”. Lavorava presso il nucleo provinciale traduzione e piantonamento di Milano ed era in servizio presso la Casa Circondariale di Milano Opera. Lascia moglie e due figli ed era originario di San Nicandro Garganico, in Puglia, si tratta del 52enne Nazario Giovanditto. In Piemonte nessun morto per fortuna, fra i detenuti e gli agenti e la gran parte dei casi è stata asintomatica o paucisintomatica. Davvero sulle dita di due mani i casi con sintomi gravi, anche se il primo detenuto contagiato in Piemonte, riscontrato presso la Casa Circondariale di Alessandria, ha vissuto – lui e la famiglia – un vero e proprio calvario e la dimissione dalle strutture ospedaliere ha lasciato il corpo di M.C. con significativi problemi di recupero, sotto molti punti di vista. Infine si sono registrati, inevitabilmente, contagi e positività al COVID-19 anche fra gli operatori sanitari, medici ed infermieri in prima linea sul fronte della pandemia, anche nella trincea penitenziaria.In Piemonte si è dovuta registrare la morte del medico che da anni era attivo nel presidio sanitario dell’ASLCN2 nel carcere di Alba. Il dottor Dominique Musafiri (65 anni), medico di famiglia di Bra, morto all’ospedale San Lazzaro di Alba, dopo essere stato ricoverato per giorni in quanto colpito da Covid-19. Musafiri, originario di Lubumbashi, nel Katanga, dopo la laurea a Padova, era tornato nella Repubblica democratica del Congo, per esercitare la sua professione, collaborando anche con Amnesty International e altre organizzazioni per i diritti umani. Dal 2001 tornato in Italia, aveva uno studio professionale ed era stato molto apprezzato nel suo lavoro anche in carcere.

Bruno Mellano - garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà della Regione

«Un appello da Gerico per rialzarsi dopo il Covid»

Riceviamo e pubblichiamo questa lettera indirizzata al gruppo missionario di Savigliano

Gentilissimi signori del gruppo missionario di Savigliano, mi rivolgo a Voi in questo momento di grande difficoltà per la mia comunità in Terra Santa in considerazione dell’amicizia che ci lega e della vicinanza che ci avete sempre dimostrato contribuendo fattivamente a sostenere le nostre attività e il nostro impegno di testimonianza cristiana in un luogo dove si incrociano le storie di cristiani, musulmani ed ebrei. Il mio appello arriva dopo mesi di “chiusura” della zona di Gerico, dove come sapete è situata la mia parrocchia cattolica, che sta impoverendo e rendendo impossibile la vita di migliaia di persone. Le misure di isolamento imposte dall'autorità israeliana, presente tutto intorno a noi, hanno fatto si che il nostro territorio che è parte dell'Autorità Palestinese si stia avviando al collasso. Qui oggi manca tutto, manca anche il pane, e nel silenzio totale dei mezzi di comunicazione si sta consumando un disastro. Difficile pensare cosa resterà della nostra fragilissima economia dopo quello che sta accadendo. E per questo che sono a tendere la mano e mi permetto di chiedere, non per me ma per la nostra gente ed in particolare per la piccola comunità cristiana cattolica, un aiuto. Tutto quello che potrete inviarci è per noi oggi come il “bicchiere d’acqua” del vangelo di Matteo: “... e chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è un mio discepolo, io vi dico in verità che non perderà affatto il suo premio”. Le nostre preghiere non mancheranno per voi, per i vostri collaboratori, per la Chiesa di Savigliano. Grazie a tutti per quello che potrete fare e per quanto potrete sensibilizzare anche altre realtà e persone alla nostra situazione. Che Dio vi benedica e benedica la chiesa di Savigliano.

padre Mario Hadchiti - parroco di Gerico

Chi volesse può contribuire con una donazione facendo un bonifico all’Iban IT43W0630546851000010105824, presso Banca Crs, sede Centrale, con causale: Erogazione liberale, Emergenza Gerico.

«La paura non mi vincerà, difenderò sempre l’onestà»

Egregio direttore,

mi rivolgo a chi, sere fa è entrato in casa mia furtivamente, per derubarmi. La mia casa non è solamente il luogo dove dormo, mangio, guardo la tv. La mia casa è il luogo che ho desiderato, cercato, comprato con sacrifici insieme a mio marito. Quando si suda e si lavora onestamente per qualcosa diventa naturale esserne orgogliosi e anche gelosi e proprio per questo mai ci sogneremmo, di conseguenza, di appropriarci di qualcosa che non ci appartiene! Proprio per questo motivo difendo a priori ciò che è mio... Mia anche la libertà di difendermi dai soprusi e da chi ruba ciò che mi appartiene (e non è la prima volta), mia anche la libertà di essere ciò che la mia famiglia ha plasmato nel tempo, ovvero un individuo che sa vivere nella società rispettando se stesso, gli altri e di conseguenza le regole; ovviamente tutto ciò presuppone che sia anche mia la libertà di capire chi si intrufola nella mia casa per rubare i mie averi, i miei ricordi, come mio è il diritto di insegnare ai figli un’educazione che li porti ad affrontare la vita senza pregiudizi e paure. A quelle persone che sere fa, passando sotto casa, hanno urlato “Pezzenti, amici delle guardie” rispondo “No! Non avete capito nulla”. Mio nonno era (è) un carabiniere, ha servito lo Stato con umile e fiero orgoglio, ha insegnato alla sua famiglia tutto ciò che di più bello poteva, ossia che la libertà di un uomo (che non mi farò portar via da voi) non è l’avidità, il possesso, l’ingiustizia, la cattiveria, ma il rispetto, la capacità di accettare l’altrui persona per ciò che è, il difendere ciò in cui crediamo e amiamo... Troppo facile comportarsi in maniera ingiusta e delinquenziale e poi pretendere anche di non subirne le conseguenze di una denuncia, di una difesa o di un arresto... Dico no all’omertà e no a questo modo di vivere nel quale la libertà di chi delinque per forza di cose toglie libertà a dei cittadini rispettosi delle regole di una qualsiasi società civile. Come dicevano grandi pensatori quali Kant e Rousseau, la nostra libertà finisce dove comincia quella degli altri e nessuno si deve sentire in diritto di ledere o limitare l’altrui libertà, a maggior ragione se questa viene tolta con atti illeciti o minacce. Concludendo. Non sono le minacce che temo e qualora la nostra libertà, la nostra proprietà, la nostra famiglia e tutte le persone e gli amici che ci circondano dovessero subire furti o minacce non ci penserò un minuto per continuare a difendere ciò che è mio e ciò in cui credo.

Lettera firmata, Savigliano

«L’attenzione al territorio spesso resta solo sulla carta»

Egregio direttore,

prendo l’occasione dalla lettera pubblicata a firma del presidente di Confartigianato Cuneo sul numero della scorsa settimana del suo settimanale in cui venivano sollecitati i sindaci della zona a favorire le aziende del proprio territorio nelle forniture di beni di consumo necessari nei vari campi di intervento, per mettere in evidenza le tante anomalie che si verificano nel nostro piccolo a Savigliano. Succede ad esempio che nelle varie gare di stampati (questo è il settore di cui ci occupiamo) vengono sistematicamente invitate ditte, che pur avendo formalmente sede in zona, non hanno la possibilità, perchè non attrezzate con con macchinari, di stampare dovendo quindi appoggiarsi a imprese esterne che, quando va bene, sono di paesi limitrofi, altre volte addirittura si rivolgono ad aziende estere. E che dire di altri enti o associazioni saviglianesi preposti a promuovere Savigliano, le sue aziende e il territorio che sono decenni che ignorano completamente le aziende stampatrici cittadine per la fornitura del materiale per pubblicizzare le varie manifestazioni. E che dire di quelle aziende che fanno gestire le proprie forniture di stampati da aziende fuori regione con conseguente migrazione anche qui di lavoro in altre parti lontane da Savigliano. E che dire delle aziende sanitarie locali le cui forniture di stampati arrivano addirittura dalla Sicilia. E che dire, purtroppo della Confartigianato Cuneo, a cui siamo associati da oltre 40 anni, che fa stampare i propri periodici ed altre forniture fuori provincia. Noi siamo una piccola realtà artigianale presente sul mercato da circa 60 anni. Negli ultimi anni abbiamo investito per aggiornarci e rinnovarci in modo da mantenere l’occupazione per i nostri dipendenti, ma sovente ci chiediamo chi ce l’ha fatto fare perchè molte volte ci troviamo di fronte a situazioni che sono impari. Abbiamo speso dei soldi per restare sul mercato, ma altre aziende portano via il lavoro da Savigliano. Ora ci si scandalizza perchè la Fondazione Ente Manifestazioni ha perso l’appalto per la gestione delle sale pubbliche cittadine a favore di una cooperativa di Cuneo, ci si scandalizza perchè la gestione del verde pubblico è passata ad una ditta di Viterbo, ma noi sono anni che segnaliamo questo problema: ai politici che si sono via via succeduti in questi anni, ai vari presidenti o membri delle varie associazioni o enti interessate, tutti sembrava sempre che non ne sapessero nulla, che non sapessero che tutto il materiale pubblicitario delle varie manifestazioni non era Made In Savigliano. Non c’è da meravigliarsi se si pensa che un passato presidente della Ferrari, sponsor dichiarato del Made in Italy, si riforniva del merchandising della scuderia direttamente dalla Cina.

Paolo Chiambretto, Savigliano

«Giusto abbattere la tettoia, ma poi che succederà?»

Egregio direttore,

premetto che la tettoia in cemento di piazza Cavour a Savigliano non faceva sicuramente onore all’illustre politico della destra storica antesignano, tra l'altro, del compromesso (Connubio) con la sinistra del tempo. Personalmente, per indole, ho sempre preferito Giuseppe Garibaldi col quale Cavour ebbe, come con Mazzini, aperti e duri contrasti. Ora, dal punto di vista architettonico la tettoia era proprio brutta, frutto di una “scuola” progettuale forse utile, ma decisamente modesta. Secondo me bene ha fatto questa amministrazione ad investire in conto capitale una cifra per abbatterla. Sulla cifra potremmo invece discutere perché, tra i 20.000 euro reperiti e i 30.000 euro investiti...pensare che un’unica ditta, e non so con quale ribasso, sia stata selezionata per un lavoro di demolizione e risulta di cemento, tondini e maglie in ferro avrebbe potuto richiedere maggiore attenzione proprio nella spesa. Quello che invece non è chiaro è se esiste già un progetto di rivalutazione della piazza dopo la semplice demolizione della tettoia. Gigi Botta, molti anni fa, aveva già espresso indicazioni in merito con proposte e soluzioni che richiamavano storicamente l'Eiffel e non solo lui, con l'uso del ferro e della ghisa, il liberty e l'art déco. La nostra storia affonda la proprie radici anche nelle officine saviglianesi (SNOS) nate il 17 luglio del 1880. Quale migliore affinità per guardare al futuro con un occhio al passato? Confido che agli attuali, pomposi amministratori filosofi e ai modesti ragionieri contabili prevalga in prospettiva un’idea di città aperta, storicamente rispettosa delle nostre tradizioni, capace di abbellire e migliorare un territorio a cui noi, veri saviglianesi, siamo da sempre affezionati. Sergio Soave ci era riuscito egregiamente con la splendida riqualificazione dell’area universitaria. Non penso proprio che l'attuale amministrazione verrà ricordata per l’abbattimento di una modesta e brutta tettoia in cemento. Cordiali saluti.

Fulvio D'Alessandro - Savigliano

«La vita umana più forte di ogni possibilità di controllo»

Riceviamo e pubblichiamo

Quando parliamo di maternità surrogata (MS) (conosciuta anche come gestazione per altri (GPA) o utero in affitto) intendiamo descrivere una tecnica di riproduzione artificiale in cui una donna, definita gestante, porta in utero un figlio di cui non sarà la madre legale. Nella quasi totalità dei casi questo avviene dietro pagamento di un corrispettivo in denaro. I costi della maternità surrogata possono variare molto in base al Paese in cui si sceglie di praticarla, all’agenzia a cui ci si affida, al tempo necessario ed ai tentativi che serviranno per arrivare ad una gravidanza. Un iter piuttosto costoso, che può prevedere anche spese accessorie per questioni legali e burocratiche e con importi che possono variare da 20-30 mila fino a più di 100mila euro. Questo spiega come il mercato della MS rappresenti una fetta sempre più grande del mercato globale della riproduzione artificiale, che secondo Research and Markets potrebbe raggiungere nel 2020 circa 21,6 miliardi di dollari (di cui circa 8 miliardi in Europa). Varie sono le possibilità in cui si può realizzare la MS, coinvolgendo dalle due alle cinque persone. Vi può essere una sola persona, senza partner, che mette a disposizione il proprio seme e ricorre a questa pratica con una donna gestante, utilizzando anche l’ovocita di questa. Vi può essere una coppia uomo-donna che usa il proprio materiale genetico (ovulo e spermatozoo), ovvero quello dell’uomo della coppia e quello della madre gestante. Vi può essere una coppia omosessuale composta da due uomini, piuttosto che una composta da due donne. Vi sono cinque persone coinvolte quando sia l’ovocita sia il seme vengono forniti da terzi, l’utero viene messo a disposizione dalla gestante e vi è la coppia che ricorre a tale pratica a cui è destinato il bambino. Si deve poi distinguere tra madre genetica (che fornisce il suo DNA), madre gestazionale (che porta avanti la gravidanza) e madre sociale, o giuridica, o, ancora, contrattuale. Anche per il padre si distingue tra padre genetico e quello sociale, che possono corrispondere o no. Si è arrivati all’espressione maternità surrogata “dall’omonimo istituto di diritto civile, la surrogazione, che consiste nella sostituzione del creditore con altra persona; il terzo che paga subentra nelle ragioni del creditore. Ordinariamente l’espressione madre surrogata viene utilizzata al fine di indicare la madre gestazionale” (Di Benedetto Matteo, Medicina e Diritto). In Italia l’utero in affitto è illegale e condannato penalmente dalla legge n.40/2004 all’art. 12: “chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità è punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 600.000 a un milione di euro”. Una condanna ribadita anche dal Comitato Nazionale per la Bioetica (CNB), quanto meno con riferimento alla maternità surrogata compiuta dietro pagamento in denaro. La maternità surrogata non è legale anche nella maggior parte degli altri Stati. Per molti ordinamenti, infatti, la madre di un bambino è colei che lo partorisce, anche se non è la sua genitrice biologica. In alcuni Paesi è possibile ricorrere alla MS solo sulla base di un accordo volontario, mentre esistono ordinamenti in cui è ammesso che la madre surrogata riceva un compenso in cambio del suo contributo. Davanti ad una progressiva espansione della MS, sia dal punto di vista quantitativo che legislativo, si è sviluppato ovviamente anche un grande dibattito sociale e culturale sull’argomento. La possibilità di usare il corpo di una donna, in un’altra parte del mondo, per crescere un bambino e “ritirarlo” in pronta consegna al parto genera ancora giustamente in tantissime persone sorpresa ed incredulità, sdegno e preoccupazione, nonché opposizione politica, creando un’inaspettata convergenza di idee tra femministe e mondo pro-life, come avvenuto recentemente in Francia. Anche perché sono tante le problematiche che una pratica come la MS comporta e che toccano molteplici aspetti: giuridici, bioetici, medici, filosofici e spirituali. Esiste o meno il diritto ad “avere” un figlio? Il corpo di una donna può essere oggetto di trattativa commerciale? Si può pretendere di “comprare” un bambino strappandolo dalle braccia di chi lo ha appena partorito? Si può ordinare un figlio “su misura” delineando a priori le sue caratteristiche fisiche e magari rifiutarlo se nasce con patologie o senza alcune delle caratteristiche richieste? Ovviamente un “No” collettivo risponde a tutte queste domande e conferma la disumanità di una tecnica medica lontanissima dallo spirito del Giuramento di Ippocrate, vìola la femminilità di povere donne sfruttate e manipolate e la dignità di migliaia di bambini trattati come qualsiasi altro prodotto di mercato. Il tutto per soddisfare i “nuovi desideri” della società post-umana. Un “No” che dovrebbe essere l’unica e chiara risposta possibile e che invece si è già trasformato in alcuni Paesi in un “Si” dettato dalle logiche del mercato e del profitto. Un “No” che voleva diventare un “Ni” anche in Italia, quando nel 2016 un Governo guidato da un ex-scout “cattolico” ne voleva porre le basi giuridiche con la famigerata legge sulle unioni civili. Una deriva che un milione di italiani rese impossibile con la grande mobilitazione del Family Day al Circo Massimo di Roma: un grande popolo di famiglie riunite per gridare al Paese ed al mondo che i figli non si comprano e non si vendono e che ognuno di loro ha diritto ad una mamma e ad un papà. Un “No” che va ribadito con forza in ogni occasione, senza lasciarci irretire dal pensiero dominante o dalle riviste patinate in cui personaggi famosi, politici o cantanti che sìano, mostrano con orgoglio i “loro” figli comprati. Purtroppo in questi ultimi decenni, nel campo della riproduzione artificiale la realtà ha sempre superato la fantasia, nascondendo o mascherando le cose anche grazie alle modificazioni del linguaggio ed ai neologismi (gestazione per altri, riduzione embrionale). Oggi più che mai occorre un giusto approccio del mondo medico e soprattutto di ognuno di noi di fronte alla grandezza ed alla fragilità della vita umana, specialmente nel suo nascere. Nonostante il millenario tentativo di dominarla, la vita umana è più forte di ogni nostra possibilità di controllo e dominio, nel bene e nel male. I bambini nascono anche quando non li desideriamo e spesso non arrivano quando li cerchiamo con forza. C’è qualcosa che da sempre sfugge al desiderio prometeico nascosto in ognuno di noi: riconoscere questo limite ci può aiutare a capire che siamo i custodi (temporanei) della vita umana ed a noi viene chiesto soltanto di prendercene cura, di amarla e di rispettarla. Sapendo che non è e non può essere nostra proprietà e che non possiamo stabilirne l’inizio e la fine.

Mario Nicola Campanella - Revello

«Una strage dimenticata che ha tanto da insegnare»

Riceviamo e pubblichiamo

Il 7 agosto corre l’anniversario di una strage, avvenuta nel 1893, su emigrati italiani che lavoravano nelle saline di Aigues-Mortes, in Francia, ad opera di altri lavoratori francesi che si vedevano insidiato il posto di lavoro. L’odio che mosse la folla, che fece scattare la caccia agli immigrati italiani che lavorano nelle saline in Camargue, procurò 10 vittime. Facendo riferimento allo storico Enzo Barnabà che, con accurate ricerche, è riuscito a ricostruire la dinamica della tragedia, possiamo coglierne tutta la sua drammatica attualità e trarne lezione per letture di sindromi sociali diffuse nei decenni passati e purtroppo ancora presenti qui in Italia verso lo straniero. A quei tempi «La stampa di estrema destra presentava i nostri connazionali come delinquenti. Si voleva difendere "l’identità francese". Sembrano frasi scritte oggi in Italia contro gli immigrati». Gli emigranti erano italiani, piemontesi e toscani soprattutto, impiegati a cottimo per raccogliere il sale. La causa scatenante fu probabilmente una rissa, ma senza sincerarsi sull’accaduto la voce corse rapidamente. Partì la vendetta. Fu un massacro. Morirono dieci operai italiani. Un centinaio i feriti, tra cui donne e bambini al seguito dei lavoranti. Durante la raccolta, che avveniva nella seconda metà di agosto e durava un paio di settimane, occorreva mano d’opera che venisse da fuori. Tradizionalmente gli stagionali erano contadini delle non lontane montagne delle Cévennes. Da quando la città era stata collegata alla rete ferroviaria nazionale, la produzione era però aumentata molto, e si fece appello a squadre provenienti in particolare dal Pisano e dal Piemonte. Si lavorava a cottimo. I ritmi erano insopportabili, ci si doveva “drogare” bevendo vino. La malaria infieriva e non c’era acqua per liberare la pelle dal sale. Un lavoro da bagno penale, come recitava un canto operaio. Mancavano i sindacati, gli italiani divennero i capri espiatori di un disagio più generale. In quell’anno si era in piena campagna elettorale. Il candidato Maurice Barrès faceva propaganda agitando un pamphlet intitolato Contre les Étrangers. Va anche ricordata la rivalità tra i due Paesi: guerra doganale, Triplice Alleanza, Triplice Intesa, conflitti coloniali. I poliziotti fecero il possibile, ma erano troppo pochi. A quei tempi, si utilizzava piuttosto l’esercito. Il neonato Partito Socialista non aveva forze sufficienti per incidere sul fenomeno. Ad Aigues-Mortes, sui circa 500 italiani presenti nelle saline, un centinaio era stabilmente emigrato nella regione di Marsiglia, gli altri venivano reclutati da caporali, che rivendevano il loro lavoro alla Compagnia delle Saline. Proprio come oggi da noi per il bracciantato agricolo. Gli operai dunque non venivano assunti e la Compagnia non ne conosceva neppure il nome: portavano un cartoncino con scritto un numero e il nome del loro caporale. La stampa di estrema destra presentava gli italiani come delinquenti, accoltellatori, portatori di malattie e di una cultura inferiore. Si accusava il governo di non proteggere i lavoratori e si rivendicava la necessità di difendere l’identità francese. La contrapposizione “noi/loro” entrò largamente in campo. Si giunse al punto di dipingere i nostri immigrati come una quinta colonna che preparava l’invasione militare. Talvolta, sembra di leggere frasi scritte oggi. Per questo è necessario ricordare gli emigrati di Aigues-Mortes, vittime innocenti della violenza xenofoba. Una strage poco conosciuta, spesso negata. Centoventicinque anni dopo, la Francia, o meglio il comune di Aigues-Mortes, la ricorda. Sulla facciata del municipio verrà apposta una targa: «In memoria dei 10 operai italiani vittime della xenofobia durante gli eventi del 17 agosto 1893. Ad Aigues-Mortes, per decenni, il negazionismo e le ricostruzioni di comodo l’hanno fatta da padroni.

Ferruccio Orusa - Savigliano

«Basta gettare ombre sugli imprenditori agricoli»

Riceviamo e pubblichiamo

L’operazione sui migranti messa in atto a Saluzzo dalle forze dell’ordine, coordinate dalla Questura di Cuneo, getta una luce sinistra su una questione sociale che rischia di attribuire agli imprenditori agricoli tutte le responsabilità di sicurezza e legalità sul territorio. Come Coldiretti Cuneo ribadiamo con forza l’estraneità dei frutticoltori e la loro esasperazione per essere diffusamente percepiti come il capro espiatorio di una situazione sociale di difficile gestione. Ben vengano i controlli di natura sociale e sanitaria per ridurre al minimo il rischio assembramenti tra gli extracomunitari; a tal proposito ribadiamo l’urgenza di limitare l’arrivo di migranti nella Granda privi di una concreta opportunità di lavoro e costretti a sistemazioni di fortuna. Tuttavia, temiamo che lo stato d’assedio che da fine maggio insiste sul Saluzzese, con operazioni e retate delle forze dell’ordine, leghi pericolosamente il problema migranti al lavoro onesto degli imprenditori agricoli locali. Dev’essere chiaro a tutti che i frutticoltori della Granda non chiamano i migranti per poi farli accampare sotto le stelle e sfruttarli con salari da fame. La realtà saluzzese è un’altra, è fatta di imprenditori seri che, resistendo con tenacia alle gravi e perduranti difficoltà del comparto frutticolo, offrono lavoro a migliaia di stagionali senza mai sottrarsi al tema dell’ospitalità. Se gli anni scorsi i produttori accoglievano il 70% dei braccianti extracomunitari, quest’anno è in ulteriore crescita il numero delle aziende che si sono dotate di spazi in cui ospitare i braccianti, anche grazie al nuovo progetto di sistemazione abitativa messo a punto da Coldiretti Cuneo, in sostituzione dei tradizionali campi allestiti gli scorsi anni, che prevede il posizionamento di strutture mobili in azienda per consentire la vicinanza dei braccianti al luogo di lavoro, riducendo la pressione sociale e garantendo il rispetto delle regole di distanziamento sociale. Una chiara dimostrazione che gli imprenditori agricoli stanno responsabilmente facendo la loro parte per offrire ospitalità, pur non dovuta, e individuare soluzioni strutturali all’alloggiamento degli stagionali. Bisogna puntare il dito contro quella forma di caporalato che colpisce direttamente i frutticoltori, vale a dire lo sfruttamento vergognoso da parte di chi riconosce loro dei prezzi insufficienti persino a coprire i costi di produzione, con liquidazioni ritardate a 200 o 300 giorni dalla raccolta.

Roberto Moncalvo, delegato confederale Coldiretti Cuneo

«Questa legge sulla caccia è attentato alla biodiversità»

Riceviamo e pubblichiamo

Sette nuove specie cacciabili (allodola, fischione, codone, folaga, canapiglia, marzaiola, pernice bianca), abolizione del divieto di caccia nelle domeniche di settembre, abrogazione dei limiti di ingresso per i cacciatori provenienti da altre regioni e perdita del legame cacciatore-territorio, nessuna possibilità per i proprietari dei fondi di ottenere il divieto di caccia. Sono queste le variazioni derivanti dalla revisione al disegno di legge riguardanti l’allargamento dell’attività venatoria proposto dalla Giunta di centrodestra approvata il 30 giugno scorso. Il lavoro dell’opposizione, che ha presentato migliaia di emendamenti ha portato alla cancellazione di altre 8 specie dalla lista dei “condannati a morte” stilata dalla giunta Cirio, non ha potuto bloccare l’approvazione di questa legge-vergogna. Siamo di fronte alla decisione di una Giunta Regionale che ha scelto di anteporre gli interessi ludici di una ristrettissima minoranza dei cittadini a quelli di protezione ambientale e faunistica. Una scelta senza né capo né coda che non ha giustificazione alcuna. Tutte le specie dichiarate ‘cacciabili’ sono classificate come ‘in declino’ o, peggio, in elevate condizioni di rischio, come la pernice bianca che dal 2000 ad oggi ha visto dimezzare la sua popolazione. Gli esemplari di alcune delle specie in questione pesano meno del piombo contenuto in una cartuccia. Questa legge è un vero e proprio attentato alla biodiversità alpina e in particolare piemontese. Oltre all’allargamento delle specie cacciabili, la norma approvata contiene altri aspetti del tutto inaccettabili: l’apertura della caccia notturna (due ore prima dell’alba e due dopo il tramonto) agli ungulati mette a rischio tutte le specie residenti nelle aree interessate dalle battute; la riduzione dei capi di abbigliamento ad alta visibilità obbligatori rende meno visibili i cacciatori mettendo a rischio i frequentatori delle aree boschive e, in ultima analisi, anche i cacciatori stessi. Quelle approvate sono norme assolutamente inaccettabili. Nei contenuti e nella forma. Scrivere che i proprietari dei fondi aperti che volessero richiedere il divieto di caccia sui loro terreni dovrebbero inoltrare richiesta entro trenta giorni dalla pubblicazione del piano faunistico-venatorio regionale, un piano previsto dal 1992 e mai approvato, è una provocazione inaccettabile, che sa quasi di presa in giro.

Giorgio Prino, presidente Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta

«La burocrazia frena lo sviluppo delle aziende»

Riceviamo e pubblichiamo

Dopo le nostre sollecitazioni al governo con la presentazione di un’interrogazione in Commissione Agricoltura sul fronte delle liquidazioni dei premi assicurativi, la situazione dei ritardi sembrava essersi sbloccata invece oggi spiace constatare che agricoltori e allevatori sono ancora a bocca asciutta. Agea infatti, incaricata della distribuzione del contributo dell’Ue, non rispetta i termini delle erogazioni e nella provincia di Cuneo, ammontano a 1,4 milioni di euro le somme ancora da destinare mentre gli allevatori aspettano l’assegnazione addirittura dal 2015. I costi dell’eccessiva burocrazia, secondo uno studio di Confcommercio, valgono 70 miliardi di minore crescita per il nostro paese e rischiano di penalizzare fortemente oltre le aziende italiane, anche i consorzi di difesa, che anticipano i versamenti alle compagnie assicurative e si ritrovano esposti con le banche. Ricordiamo al ministro Bellanova che non è alla guida del dicastero dell’immigrazione e che bene farebbe ad attivarsi per la revisione del sistema dei pagamenti, che sta mettendo in seria difficoltà comparti strategici della nostra economia.

Giorgio Maria Bergesio, senatore Lega Flavio Gastaldi, deputato Lega

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