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«Per l’ambiente serve un nuovo new deal»

Riceviamo e pubblichiamo

Venezia sommersa dall’acqua, frane e alluvioni, crollo di ponti, viadotti e argini, periodi anomali di pioggia o di siccità, inquinamento fisico e chimico di fiumi, mari, aria e terreni: l’emergenza ambientale, che è ormai vecchia di qualche decennio, s’impone oggi all’attenzione generale con un’evidenza che solo i più ostinati fautori del vecchio modello di sviluppo (da Trump e Bolsonaro ai nemici della carbon tax e di ogni altra imposizione sulle fonti di energia non rinnovabili e sui consumi insostenibili) osano negare. E tuttavia i principali nemici del pianeta e, per venire all’Italia, del futuro di quello che era chiamato il Bel paese non sono solo coloro che rifiutano gli accordi di Parigi contro il riscaldamento globale e saccheggiano le risorse della terra, ma pure quanti, per quieto vivere, per fatalismo, per qualche piccolo interesse o comodità accettano il modello di sviluppo dominante senza riuscire a immaginare prospettive diverse. A rompere l’atmosfera di indifferenza, se non di omertà, sono intervenuti i giovani dei Fridays for future, che hanno trovato spazio anche nelle nostre cittadine di provincia. La loro battaglia sarà vincente, se sapranno innescare una grande rivoluzione culturale, se riusciranno a modificare le pratiche e le priorità, oggi spesso fuorviate da montature strumentali come la cosiddetta invasione dei migranti, della politica, dai livelli mondiali fino alle minute scelte delle amministrazioni locali, dove si formano i piani urbanistici e, principalmente, si decide se il consumo di suolo ha da essere essenziale o indiscriminato. Un ambientalismo vincente e convincente è quello che non concede nulla alla sindrome di “Nimby”, alla sua catena di no, motivati solo con ragioni localistiche, né coltiva la nostalgia per il passato, quando l’inquinamento industriale non esisteva, ma si moriva per tifo, vaiolo o denutrizione. La difesa dell’ambiente non è disgiungibile dalla battaglia per la giustizia sociale: fin dagli studi del Club di Roma degli anni ’70 (come italiani vantiamo questa primazia, purtroppo dimenticata), sappiamo che le risorse, dal suolo fertile all’acqua potabile e all’aria pulita, da quelle energetiche ai minerali, non sono destinate a durare per sempre, ma hanno un limite. Non possono essere possesso esclusivo di qualche classe sociale o nazione privilegiata: gli squilibri nell’accesso ai beni indispensabili per la vita sono stati e saranno causa di sconvolgimenti e di guerre. I conflitti armati a loro volta distruggono parte delle risorse per cui si combatte. Sono fondamentali la consapevolezza etica delle responsabilità individuali e collettive, una cultura inclusiva, umanistica e scientifica. La scienza e la tecnologia, che hanno generato le armi di distruzione di massa, le produzioni inquinanti, la cementificazione delle coste e delle aree metropolitane, sono anche quelle che possono fornire, se orientate da chi governa, gli strumenti per la salvezza del pianeta e dell’umanità. Faccio qualche esempio concreto. A Venezia, dove piazza San Marco e le case sono allagate, l’unico rimedio in campo è il completamento del Mose, un sistema faraonico di sbarramenti, causa di spese abnormi e di tangenti. Nei Paesi bassi, nazione sorta con la terra strappata al Mare del Nord, le cui maree sono ben più terribili di quelle dell’Adriatico, grazie alla costruzione secolare di dighe (parola che gli olandesi hanno trasmesso alle altre lingue, compresa la nostra), da anni si è smesso di edificarne di nuove: studi accurati hanno dimostrato che esistono soluzioni alternative, meno costose, meno impattanti dal punto di vista ambientale e meno esposte alla corrosione della salsedine. La mappatura dei flussi dei venti e delle maree consente di depositare nei punti opportuni cumuli di terra che poi le onde si incaricano di spalmare, fino alla formazione di nuovi tratti di costa o di isole. E, sempre per restare alla cura quasi maniacale che gli olandesi (e anche altri popoli del Nord Europa) hanno per il terreno coltivabile, da decenni quando costruiscono palazzi o strade, raschiano dall’area destinata a quelle opere lo strato di humus, lo ripongono in magazzino e, una volta rimosso l’asfalto da strade o piazzole abbandonate, ve lo reimpiantano. Negli anni ’80, quando le province disponevano prima della scriteriata riforma di Renzi di rilevanti mezzi economici e tecnici, quella di Cuneo ogni anno raddrizzava molte curve su tratti stradali pericolosi, vendendo ai privati della zona, per lo più contadini, i resti dei meandri dismessi, i cosiddetti reliquati. Non sono mai riuscito a convincere Giunta e maggioranza a copiare il modello olandese: togliere le zolle fertili dal terreno su cui si voleva impiantare il nuovo sedime, riportarle sulle curve soppresse, opportunamente. È proprio un’esperienza pluridecennale a farmi concludere che a tenere insieme cultura e natura, ambiente e sviluppo (l’Italia deve fronteggiare una grave crisi economica e occupazionale) non può che essere un progetto politico complessivo. Purtroppo nella storia contemporanea non si rintracciano molti esempi. Il principale è sicuramente il New Deal di Franklin D. Roosevelt che fece uscire gli USA dalla profonda recessione innescata del crollo di Wall Street con un programma di lavori di forestazione e difesa del suolo, con la costruzione di città-giardino per gli operai (a cui aveva riconosciuto i diritti di sciopero e di associazione sindacale, messi in discussione sotto i predecessori repubblicani), finanziando la spesa pubblica con una tassazione progressiva che partendo dall’1% dei salari bracciantili arrivava all’aliquota del 79% per i redditi superiori ai 5 milioni di dollari annui (altro che flat tax!). La disoccupazione si ridusse a livelli insignificanti e il prodotto interno, nonostante le proteste dei ricchi che si ritenevano penalizzati dalle tasse, crebbe in un decennio del 50%, con una significativa redistribuzione. Roosevelt si servì di consulenti eccezionali: Keynes per le politiche economiche e sociali, Lewis Mumford per quelle urbanistiche e ambientali. Mumford è colui che analizzò il modello economico entrato in crisi, definendolo "capitalismo del carbone e del petrolio" e "impero del disordine". Al posto di uno sviluppo quantitativo, basato su una “paleotecnica” rozza, inquinante e discriminante, Mumford proponeva una “neotecnica”: la sostituzione del ferro con l'alluminio, quella del carbone e del petrolio con l'elettricità, una più razionale distribuzione della popolazione fra città e campagna, insediamenti urbani a misura d’uomo. Una crescita qualitativa. La lezione di Mumford in Italia fu ripresa da Adriano Olivetti e dai suoi collaboratori nella gestione del welfare aziendale e nella programmazione territoriale di Ivrea e del Canavese. Mancato prematuramente Olivetti e rapidamente dissolta la sua eredità aziendale e culturale, le questioni sollevate da Mumford furono riaperte negli anni ’70 da Pietro Ferraro, Aurelio Peccei e Giorgio Nebbia. I primi due, eminenti dirigenti industriali, in giovinezza erano stati comandanti partigiani, il terzo era docente di merceologia a Bari e parlamentare della Sinistra indipendente. L’aveva voluto in lista con il Pci-Si Enrico Berlinguer, l’unico politico, che in quegli anni sapesse dialogare con il Club di Roma di Peccei e elaborasse l’idea di austerità negli stili di vita e proponesse, anche per superare gli shock petroliferi del ’73 e del ’79, un “nuovo modello di produzione”. Anche Berlinguer morì prematuramente, senza lasciare molti eredi. Oggi l’unica personalità che dimostri di possedere una visione complessiva del futuro del pianeta sembra essere papa Francesco. I giovani dei Fridays for future riempiono un vuoto. L’auspicio è che il movimento possa consolidarsi e aprire una fase nuova nella storia non solo dell’Italia.

Livio Berardo – Manta

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