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«Contrari a fissare una retribuzione minima»

Riceviamo e pubblichiamo:

Si dibatte sul disegno di legge per istituire una retribuzione minima oraria, svincolata dai contratti collettivi nazionali.La determinazione di un salario minimo, in concreto, si porrebbe quasi in competizione con i contratti collettivi, avrebbe conseguenze pesanti sul mercato del lavoro, sulle scelte delle imprese e sulla competitività della nostra economia. Per questo, nella recente audizione in Commissione Lavoro alla Camera, Confindustria ha ribadito le ragioni della contrarietà, partendo da una premessa fondamentale: il perimetro delle garanzie e delle tutele offerte al lavoratore dei contratti nazionali è ben più esteso del mero trattamento economico minimo. Basta pensare ai trattamenti di malattia, di infortunio, mensilità aggiuntive, permessi retribuiti, premi annuali, welfare.. Inoltre, il salario non può essere trattato come una variabile indipendente e non può, quindi, essere fissato a valori arbitrari. Ma come si porrebbe l’Italia se proseguisse su questa strada rispetto ai Paesi che dominano lo scenario internazionale? Per fare un raffronto è utile riferirsi agli ultimi dati dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE). Tenendo conto dei livelli del costo della vita e dei tassi di cambio, fissare il salario minimo legale a 9 euro - come indica il disegno di legge - posizionerebbe il nostro Paese al primo posto tra i Paesi Ocse, inoltre, l’Italia avrebbe il salario minimo più disallineato rispetto al salario mediano. Le stime degli effetti sul maggior costo del lavoro sarebbero comprese tra 4,3 miliardi (secondo l’lstat) e 6,7 miliardi (secondo l’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche). Non siamo pertanto favorevoli alla fissazione per legge di un valore della retribuzione oraria. Prendere a riferimento il sistema della contrattazione collettiva espressione delle organizzazioni maggiormente rappresentative sul piano nazionale è la scelta da preferire nel primario interesse di chi lavora. Per far ciò, è necessario proseguire nel progetto di riforma della contrattazione collettiva, definito nel 2018, con la misura della rappresentanza sia datoriale che sindacale e la definizione di un CCNL di riferimento per ogni settore produttivo.

Mauro Gola, presidente Confindustria Cuneo

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