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«Accogliamo le rane, la natura ha le sue regole»

Gentile direttore,

ho appreso dai mezzi di informazione che gli abitanti di una zona di Cavallermaggiore si lamentano per il gracidio delle rane che li disturba nelle ore notturne al punto da avere chiesto l'intervento dei Vigili del Fuoco così come del sindaco Davide Sannazzaro. Il problema perdura da quando è iniziata l’estate per via delle finestre aperte anche di notte e per la vegetazione rigogliosa che costituisce l’habitat naturale ideale per accogliere le rane. Da quanto letto, il problema è legato al corso d’acqua che, se si prosciuga, determina un intensificarsi del gracidio delle rane. Apprezzo la sensibilità e l’impegno dell’Amministrazione che si è adoperata con atti amministrativi per assicurare un minimo passaggio di acqua per motivi igienici, di decoro urbano e di salvaguardia della fauna e della flora e invito il sindaco a proseguire su questa strada senza ricorrere a interventi cruenti. Gli anfibi sono animali selvatici che, in quanto tali, possono muoversi liberamente nel territorio. A livello giuridico il loro gracidio non può quindi essere posto sul medesimo piano del rumore di un tosaerba o della musica ad alto volume. Non si vuole sminuire il diritto alla quiete, soprattutto nelle ore del sonno, ma si chiede agli abitanti di Cavallermaggiore di avere pazienza e di considerare le rane esseri senzienti con il diritto a occupare quel territorio. La stagione estiva comporta problemi ovunque perché le finestre aperte agevolano il disturbo. Inoltre ci sono locali all’aperto e serate musicali più frequenti che nella stagione invernale. Si accetta obtorto collo chi disturba volutamente, magari con violenza verbale, insulti, turpiloquio, ma è doveroso farlo quando a “disturbare” sono gli animali perché quello che per noi è un disturbo, in realtà è la loro natura. Bisogna uscire dalla visione antropocentrica che ci fa vedere il mondo come qualcosa a nostra indiscussa disposizione. Tanti illustri poeti hanno scritto versi su questi animali affascinanti. Il poeta venezuelano Eugenio Montejo, nella raccolta Alfabeto del mondo, inserisce la poesia Le Rane: Non più teorie: mi unisco al coro delle rane. Voglio sentirle gracidare stanotte, circondandomi. Nel loro alfabeto percepisco una sola vocale e il gorgoglio dello stagno. (…) Per oggi mi bastano le voci delle rane, voglio sentirle gracidare stanotte più vicine lasciando che riempiano i miei sensi con il loro taoismo solitario fino a cancellare i misteri del mondo. Con i loro cori mi abbandono all'estrema grazia. Un altro poeta del Sud del mondo, Pablo Neruda, nel suo Bestiario, dedica loro qualche verso. (…) Dolci, sonore, rauche rane, sempre ho voluto farmi rana, sempre ho amato lo stagno, le foglie sottili come filamenti, il mondo verde dei nasturzi con le rane padrone del cielo. (...) Anche il nostro Giacomo Leopardi le cita ne Le ricordanze. (…) Delle sere io solea passar gran parte Mirando il cielo, ed ascoltando il canto Della rana rimota alla campagna! (...) A chi abita in campagna o a contatto con la vegetazione capita di sentire rane che gracidano, varie specie di uccelli che cinguettano di giorno o di notte, cani che ululano, gatti che miagolano, galli che cantano all’alba e via discorrendo. Abbandonarsi alla natura, ai suoi ritmi, al suo mondo ha un enorme vantaggio: ci permette di dimenticare, anche solo per poco, quell’universo umano frenetico e ansioso che ci attanaglia. Cordiali saluti.

Paola Re – Tortona (Alessandria)

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