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«Ci si accorge solo ora del valore delle Province»

Egregio direttore, finalmente a livello politico nazionale ci si sta rendendo conto che la questione di ricostituire le Province è di pressante attualità. Oggi, in campagna elettorale c’è tanta carne al fuoco, ma la si affronterà per forza di cose dopo le imminenti elezioni. È dai Comuni, è dal territorio però che devono sorgere iniziative per fare comprendere che la Provincia è una forma di organizzazione decentrata che con un forte radicamento appartiene alla storia d’Italia, argina il centralismo regionale che rivela spesso una insensibilità verso i fatti periferici, una burocrazia esasperata, una non conoscenza o lontananza dei problemi del territorio, che ricadono negativamente sulle comunità locali. Nel sistema delle autonomie la Provincia ha avuto inoltre un ruolo essenziale di programmazione e di sviluppo economico. Con la legge Delrio del 2014 (ostinatamente voluta dal governo di centrosinistra Renzi), partiti ed organi di informazione filogovernativi, di fronte alla opinione pubblica stremata da sprechi, privilegi e corruzione, ridotta a pensare che qualsiasi eliminazione delle strutture dello Stato ormai fosse auspicabile, hanno trovato conveniente l’alibi della eliminazione delle Province, anziché accorparle e renderle più funzionali. Ma di fatto in mancanza di progettualità per la riforma degli Enti locali e anche per ragioni di predominio politico, le Province sono rimaste in piedi, ma le si sono ridotte in coma. Sono state tolte risorse e allontanati dipendenti di esperienza e competenza. I risparmi sulla spesa globale sono stati modesti, tali da non valere lo scopo propagandato, come ha sostenuto l’ex ministro dell’Economia Tremonti. Oggi la stessa Corte dei Conti riscontra che dal 2012 al 2018 i tagli delle manovre economiche sulle entrate proprio delle Province sono stati del 60%, “manifestamente ingiustificati”. Si è persino privato i cittadini del diritto di andare a votare i propri consiglieri provinciali. Con questa nuova espropriazione della democrazia partecipativa (come si voleva fare anche per l’elezione del Senato) si è, tra l’altro, impedito che qualificati esponenti della politica e della società civile potessero essere eletti in Consiglio provinciale, per affidare questa possibilità solo ai consiglieri comunali già eletti, di cui molto spesso non si conosce né capacità né identità. Mentre di fronte all’esperienza preoccupante di questi ultimi anni stanno reagendo Associazioni produttive, esponenti politici ed amministratori che si sono resi conto della necessità di adeguati servizi, studi e progetti che solo la Provincia può fornire, adesso si erge perentorio il Movimento 5 Stelle, la cui affinità di fondo con il Pd è sempre più evidente, per dichiarare guerra alle Province, “un poltronificio da tagliare”, e affidare ogni funzione e servizio a Regioni (quasi tutte inefficienti) e Comuni (in gran parte in difficoltà finanziarie). È, invece, con determinazione che noi rilanciamo l’impegno di quelle forze politiche ha fatto della difesa della Provincia una bandiera istituzionale e politica, a cominciare negli anni dall’M.S.I.- Alleanza Nazionale, alla Lega e a Fratelli d’Italia. Ci sarà pure un motivo di efficienza amministrativa e di funzionalità di programmazione se in Europa la grande maggioranza degli Stati si basa anche sulle Province.

Paolo Chiarenza, ex consigliere provinciale

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