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«La storia di Willy ricorda quella di Sacco e Vanzetti»

Riceviamo e pubblichiamo

Settantacinque anni fa, il 23 agosto 1927, alle ore 0,19 veniva giustiziato sulla sedia elettrica Nicola Sacco. Alle 0,26 toccava a Bartolomeo Vanzetti subire lo stesso destino. Ma la storia di Sacco e Vanzetti, i due emigrati italiani accusati negli Stati Uniti di aver preso parte ad una rapina uccidendo un cassiere e una guardia nonostante le prove evidenti della loro innocenza, non si chiuse con la loro esecuzione. Il destino dei due anarchici italiani, capri espiatori di un'ondata repressiva lanciata dal presidente Woodrow Wilson contro la sovversione, non solo smosse le coscienze dell'epoca, ma continuò ad agitare l'America e l’Italia per decenni. Finché nel 1977, cinquant'anni dopo la loro morte Michael Dukakis, il governatore del Massachusetts, riconobbe in un documento ufficiale gli errori commessi nel processo e riabilitò completamente la memoria di Sacco e Vanzetti. Oramai tutti sappiamo la loro storia, non sto a riprenderla. Questa, però, mi è tornata in mente per un fatto gravissimo che in questi giorni è occorso ad un italiano, che lavorava in un bar di Colleferro in provincia di Roma, figlio di immigrati dall’Isola di Capoverde, quindi di colore, come tale capace di dare noia ai razzisti che temono i diversi, gli immigrati. In questo caso non c’è stato neppure l’equivoco di una rapina, né l’arma celata sotto le vesti, come avvenne per Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti. Semplicemente il giovane Willy Monteiro Duarte stava chiudendo l’esercizio del bar ed ha sentito degli schiamazzi, è intervenuto per sedare i conflitti. Ma era un diverso da noi, non aveva il diritto di ficcare il naso tra ariani, anche se il termine è desueto. Tutto è cominciato attorno alle 3 di notte. Racconta il maresciallo maggiore Carella “Ero nel mio alloggio di servizio, vicino al luogo in cui è avvenuto il fatto, ho sentito delle grida, urla, molto chiasso. Mi sono alzato immediatamente e mi sono infilato la prima cosa che ho trovato. Sono quindi sceso in strada e ho trovato Willy Monteiro Duarte steso per strada, visibilmente ferito ma ancora cosciente. Con una mano ho cercato di dargli conforto e rassicurarlo, con l'altra ho chiamato in caserma per farmi dare supporto di uomini e immediatamente ho richiesto l'intervento del 118”. I quattro ragazzi di Artena, che lo avevano pestato, erano già fuggiti sul Suv, che si scoprirà poi essere dei fratelli Bianchi, i due esperti di arti marziali in carcere per omicidio insieme a Mario Pincarelli e Francesco Belleggia. A Colleferro, gli amici di Willy accusano: “Tutti sapevano che erano violenti, erano delle furie”. “Complimenti per l'addestramento da assassino”, scrive Alex, un amico di Willy, sotto un post in cui Marco Bianchi mostra una delle tante sessioni d'allenamento. Ai fratelli Bianchi, a Mario Picarelli e a Francesco Belleggia, tra un insulto e l'altro, viene detto quanto per una vita non si sono mai sentiti dire da chi piegava la testa per paura al loro passaggio. Per chiedere clemenza a sostegno di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, a quei tempi si mosse anche Benito Mussolini. Oggi sull’omicidio di Willy Monteiro Duarte il Parlamento italiano all’unanimità ha espresso cordoglio. Ma né Matteo Salvini né Giorgia Meloni hanno speso una parola come fece a suo tempo Mussolini. Intanto non era dei nostri, aveva la pelle scura.

Ferruccio Orusa - Savigliano

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