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«La politica si interessi degli anziani in casa di riposo»

Gentile direttore,

le chiediamo ospitalità per rendere pubblica la nostra protesta che altrimenti rischia di essere inefficace e che siamo certi sarà condivisa da tante altre persone. Siamo un gruppo di familiari di anziani ospiti della Rsa di Savigliano S. Pio, chiamata da tutti “Chianoc”. Premettiamo che la situazione che andiamo a descrivere non è specifica della Chianoc, ma di tutte o quasi le strutture assistenziali in Piemonte e che in merito al personale della struttura saviglianese non abbiamo critiche, anzi sappiamo che hanno fatto e fanno tutto il possibile. C’è qui - come in centinaia di altre case di riposo ed istituti per anziani e disabili del Piemonte - un enorme problema, che accomuna i casi di strutture dove ci sono stati casi di Covid 19 e quelle Covid free. Benché sia finita da un pezzo la fase 2 e poi la 3, e poi ci sia stata ad inizio giugno in Italia la riapertura quasi totale delle attività, per gli assistiti delle Rsa piemontesi l’incubo continua: da fine febbraio gli anziani sono praticamente imprigionati nelle strutture, da giugno i familiari hanno ottenuto di vederli prima posizionati sui balconi e poi – situazione attuale – dietro una lastra di plexiglass, prima ogni 15 giorni, poi una volta la settimana per un quarto d’ora o mezz’ora al massimo. Prima ci sono state le videochiamate, che effettuate da vecchietti quasi sempre un po’ sordi e non abituati alla tecnologia erano poco efficaci, ma nel breve periodo meglio di niente; poi la visita a distanza da balcone a cortile(!), adesso il plexiglass, che molti di loro non percepiscono neanche o non vedono proprio e ci battono dentro mentre cercano ad esempio di prendere la mano al familiare. Una vera tortura difficile da accettare. L’anziano, abituato prima a visite frequenti, al contatto fisico della stretta di mano, della carezza o dell’abbraccio, all’interessamento del proprio caro, si sente abbandonato e si lascia cadere in uno stato di depressione e deperimento palpabili, tanto è vero che dopo questi incontri il parente va via angosciato, con enormi sensi di colpa... e medita se non sia meglio portarli via, per non vederli morire di crepacuore adesso che sono sopravvissuti al Covid. Eppure misure più umane sarebbero possibili, ma la Regione Piemonte non allarga le maglie e si fa forte del potere discrezionale che lo Stato le ha lasciato, essendosi limitata a fine aprile a dare ordine alle Asl di “vietare l’accesso nelle residenze sanitarie assistite e nelle strutture sanitarie ai parenti degli ospiti ed ai visitatori per tutto il mese di maggio 2020 (fatte salve ulteriori estensioni)”. Le Asl hanno dato comunicazione scritta alle Rsa e da allora le estensioni del divieto continuano, pur con gli espedienti o palliativi che abbiamo descritto prima. Al 31 luglio dovrebbe finire lo stato di emergenza nazionale, siamo al 23 luglio e non vi è traccia di interessamento al problema da parte dell’assessorato regionale, come se gli assistiti delle strutture ed i loro familiari non fossero cittadini piemontesi. Eppure sono coinvolte migliaia e migliaia di persone, cui si unisce anche lo scontento degli operatori delle Rsa, i quali vedono che le situazioni individuali e collettive degli ospiti si deteriorano, molti deperiscono, rifiutano le cure, i parenti provano a riportarli a casa (ma spesso non ci sono le condizioni) o chiedono di trasferirli in altre Rsa... Anche i volontari da mesi sono tenuti lontani, con il dispiacere di tantissimi assistiti. Basterebbe che il presidente e/o l’assessore regionale ed i loro referenti specialisti incontrassero i dirigenti ed i rappresentanti delle Rsa e soluzioni migliorative si troverebbero sicuramente (ad esempio permettere il contatto diretto in un locale adatto, lasciar durare di più gli incontri, lasciare un po’ di intimità, pur pretendendo dai familiari tutte le precauzioni possibili...). Se servono maggiori risorse in termini di personale e di finanze si aiutino le strutture a reperirle. Medici e psicologici concordano sul fatto che gli anziani con più alti livelli di solitudine e distacco affettivo sono quasi due volte più esposti alla possibilità di morire prematuramente rispetto a quelli più seguiti. Questo già in situazioni normali, figuriamoci dopo l’emergenza Covid. Chi - viceversa - ha il proprio genitore che ha perso le facoltà cognitive vive nella sofferenza di non poterlo almeno sfiorare, di non potergli garantire quella presenza che, se non recepita dalla parte cosciente, è sicuramente vitale per la parte sensoriale ed emotiva. Noi non ci appelliamo ad avvocati, non vogliamo cause giudiziarie, vogliamo dar voce al dolore di questi vecchietti (la loro vita spesso è stata piena di privazioni e duro lavoro) e alla frustrazione ed angoscia dei familiari, anche di quelli che hanno l’anziano allettato e possono vederlo pochissimo. Chiediamo alla politica di farsi carico del problema, perché anche se l’anziano non partecipa alla movida e non fa “ripartire l’economia”, non è uno scarto della società. In nome della troppa tutela sanitaria non trasformiamo i loro ultimi anni o mesi di vita in una condizione di carcerati. Non è più accettabile in nessun modo che chi è preposto a garantire il benessere psicofisico dell’anziano si trinceri dietro ad un atteggiamento passivo, e metta in campo come unica cosa la medicina difensiva. Chiediamo agli Amministratori locali di far sentire la loro voce, le proposte possono venire anche da loro.

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