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La politica che non ci coinvolge più

Una Regione, il Molise, che elegge il suo presidente e il Consiglio regionale con solo la metà dei cittadini che si recano alle urne, può forse dare la misura di una ragionata disaffezione dalla politica. Eppure siamo in presenza di grandi cambiamenti. Dopo il 4 marzo avevamo previsto un cambio epocale, la nascita della terza repubblica con la vittoria di un Movimento che era partito dai “vaffa…” e si proponeva di stravolgere il modo di governare e di essere nella politica. Con la vittoria di una Lega che era partita dall’uscita dall’Euro e dalla Comunità Europea per finire di non riuscire a staccarsi da un alleato, Forza Italia, che ha idee quasi all’opposto. Così la maggioranza non si appassiona più alla politica, alle dichiarazioni d’intenti che non hanno seguito e che suonano solo come propaganda, alle frasi retoriche sul bene degli Italiani che poi è solo il loro bene. Non ci coinvolgono più promesse e programmi che poi sappiamo bene come vengono e verranno cambiati e disattesi a seconda delle situazioni. Anche il resto del mondo sembra non essere minimamente coinvolto o preoccupato della situazione italiana; doveva cambiare tutto, cambierà ben poco. Eppure la situazione è quasi drammatica; non si riesce a fare un Governo e le forze politiche che hanno vinto non riescono a costruire un quadro di stabilità e di accordo. Se non interverranno grandi e importanti decisioni e assunzioni di responsabilità si prospetta un ritorno alle urne con la stessa instabilità. Se gli italiani avessero votato il referendum del dicembre 2016 si sarebbe abolito il Senato avremmo avuto una legge elettorale che stabiliva senza incertezze, già il giorno dopo le elezioni, il partito che doveva formare il governo. Si disse che venivano aboliti spazi di democrazia e che era meglio non cambiare niente. Così è stato. In tutto questo ci salva il fatto che ormai viviamo in una società globalizzata dove le nazioni sono interdipendenti le une dalle altre. Noi andiamo a produrre all’estero e dall’estero vengono a comperare le nostre aziende; siamo ormai legati a doppio filo con il resto del mondo. L’amarezza è che continuiamo ad essere la cenerentola che deve prendersi tutti gli immigrati, che vende le sue aziende migliori, che deve osservare le regole europee mentre gli altri fanno quello che vogliono. E non abbiamo nemmeno una classe dirigente che ci faccia sperare in un principe azzurro.

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